Di ritorno ritornello
piedi piedini, leggi leggeri
sui trifogli di contea
dimentico la grotta scura
se cammino lungo le sue rive
insieme alle ragazze di Baile Mhistéala
rose e rose, avremo alle vesti
con le dita rotonde nell’aria
di flauto e grezze pieghe di viola, violà.
Come la tristezza che mai va via
questa mia vita a rincorrerti terra cara
cara ai margini delle case
ai tetti di paglia
ancora ti vedrò ricamo al tombolo
per un’altra storia di rovi e finestre
noi ragazze di Baile Mhistéala
amiamo le catene di ranuncoli
saltarello salterò
nelle tempeste e dintorni solitari.
Poi si fa notte nei fossi, ai confini
del cuore l’erica strappa
le mani tese. Amore mio ti cerco sempre.
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Dove interra la vanga
il tuo colpo sicuro, con scarpone numero quarantatre
eh sì che, Pietro, hai visto otto fratelli
accanto
a tavola, rubando pane a destra
una cipolla a sinistra
ma davvero quel colpo di vanga
come un fucile, alle spalle
sei andato per i campi
nonostante il muro della mancanza.
Quel colpo di vanga
tua moglie l’ha perso un po’ prima
rivoltando le piaghe nel letto
e un pesante più pesante, anzi, malanno
in raccolta
proprio nonno dovevi capitarmi
a scavare le memorie d’ogni uomo
su questa terra d’infarti.
Eh sì che quel colpo di vanga
l’avrei nelle orecchie
come una lamiera dimenticata
in una fossa
la bomba
o l’effimero giorno che ci crolla
addosso, ad ogni spunto di barba
o di latte alle labbra.
Mi ritorni del tuo mestiere
e i tordi hanno altri nidi, delimito
un passo dopo
come lo scudiscio del tempo smidollato.
Giustappunto girando il nócciolo
nella enne
il suo fondo senza fondo
rotondo, anzi r o t o l a v a.
Hai visto mai un sì ardere
di nulla?
Narciso, tra inizio e fine
di strada insomma
accorciò cambiando nome
si’ accisə chi t’ha riflesso
mondo ingrato, vilipendio!
così le montagne
mutano il dorso delle cose in sé:
ali di rocce e specchiate ad un cielo
in fiore, in bellezza
chiudono il profilo al bacio.
Certo che la strada è assai lunga
nel solstizio d’inverno - che arriva
vado via
a tre quarti vita mia, riallacciando stringhe
contando le semine
ripeto in avanti la sostanza
che mi appartiene, nella tasca del tempo
centro a sole pallido le scorte d’aria
e alici marinate, appena fresche
appena azzurre
dietro brulicano le steppe in fiore
ma ho nel palmo chiuso, comodo comodo
il mare aperto
l’imperturbabile sogno vero da racconto
da mangiare per bontà - e chili chili chili
da smaltire.
B voleva esultare
avrebbe voluto abbracciare
tutta la folla
folle
nel cielo si trovò
tra le stelle e poi sconvolto
nel volto tumefatto
piantò uno sguardo smarrito.
Spero non ritrovi la strada
per l’Italia. Stiamo bene qui senza il jolly
e le sue B-ugie. Mi consenta. Cloppete cloppete cloppete.
Quando il bicipite
si scioglierà del nodo, soffrirò meno
-dice il fisioterapista-
se fossi sbarazzina
crederei alle molte cause vinte
dalla luna in attrito con i tendini
della terra
un braccio forza che mi trastulla
in notti come questa
tesa ad accorciare gli angoli
della smorfia
mentre tutto precipita nel vano piano
della mia pancia
accanto al vicino tremare delle doglie.
Da maniscalco –ti dico proprio-
ferrare la madre delle sue morti. Non dimentico.
Che il gomito sia la misura incline alle farfalle
il grado esatto del volo, prima d’ogni gravità.
Mi guardo di te, metà cielo
vaporoso
dove rimane del mare disperso
l’idea incontrollabile
in viso, per sfiorarti il giorno migrante
alle mani chiedo
il frusciante rimbecco delle nuvole.
Duole in ruggine
l’infamia degli alberi, sì gli alberi
ancora
le foglie? Benedette saggine
da schiamazzo autunnale
non accorre forse domani
l’involuto piangere della cornacchia
sul grigio rimbalzo delle zolle, china di rientro
le bestemmie del contadino.
Un gelo di labbra, ai bordi del guanto
che trattiene la sfida negli occhi. Chi va.
La rosa è morta
in un’ora ben secca, legnosa al colpo
nei miei sogni
alza un braccio sinistro verso il cielo
nero
l’altro indica la via, l’uno giusto
dove la troverò.
( 3 dicembre 1967 )
Scellerato
grido, scempio all’inerzia
del dolore
trasmigra la pelle alla radura dei pescatori
in rete la gola morde
giunchiglie e cenere, scava il lago
di Tiberiade le rive agli uomini nel tormento
già vissuto
eppure ancora pascola il seme della peste
il veltro santo della morte, sotto il vetro
la veste nasconde
urla di carne in fiore e gomene mai legate
al fuoco che divora
nervi di frassino. Albe d’avorio.
Isterico e folle demone, a piedi innocenti
scopro il vero volo.
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Ispirata all'opera di Ennio Iannuzzi
"DOLORE"
